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  • Riccardo Morigi

Rudraksha, il seme sacro.


Forse pianse per il dolore alla gola che gli provocò il veleno che bevve per salvare il mondo durante il Samutramanthan, il frullamento dell’oceano cosmico, o forse le sue erano lacrime di gioia per aver distrutto Tripura la città dei demoni, altri testi ancora assicurano che si trattava di lacrime di dolore perché non era riuscito a sostenere la meditazione o addirittura erano lacrime che sgorgarono dopo che lui aveva constatato la condizione del mondo.

Fatto sta che Shiva pianse e che da quelle sacre lacrime nacque l’albero della Rudraksha,un sempreverde chiamato Elaeocarpus ganitrus che nasce in certe regioni dell’India e dell’Asia e produce una bacca bluastra grande più o meno come una noce i cui semi sono considerati sacri. Il nome deriva dal sanscrito e significa occhio di Shiva.

Secondo l’induismo i semi di rudraksha hanno poteri e significati religiosi, mistici e vengono utilizzati per realizzare i rosari indiani indossati dai Sadu, le aksamala (mala).

La medicina ayurvedica asserisce che i semi di rudraksha emettono onde elettromagnetiche che hanno effetti benefici su cuore, sistema nervoso e pressione sanguigna ed alleviano lo stress, la depressione, l’ansia e la stanchezza mentale.

I semi vengono distinti in base al numero degli spicchi o facce in cui sono suddivisi dette mukhi (mukhia in sanscrito significa faccia) e ci sono rudraksha rarissimi, come quello con una sola mukhi di cui si dice ne nasca uno ogni tre anni.

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